3 gennaio 2026. Bevendo il caffè mattutino l'occhio scorre sulla notizia bomba (anche se non inattesa). Forze speciali USA prelevano il Presidente venezuelano Maduro e signora. E' probabilmente la fine di un regime che ha portato danni enormi al popolo venezuelano. Il Venezuela ha accolto negli anni del dopoguerra centinaia di migliaia di italiani. Non è faccenda che ci possa lasciare spettatori.
Nel tempo i dettagli delle angherie, dei furti e degli sprechi del regime che si ispirava a Simon Bolivar emergeranno. Per ora solo alcuni dati spot sono conoscibili, perché da anni i regime non fornisce più dati ufficiali affidabili alle organizzazioni transnazionali.
Ricordiamo che è ancora sequestrato dalle autorità venezuelane il cooperante italiano Alberto Trentini, sulla base delle solite accuse incredibili che ogni regime confeziona per le persone scomode.
Recente storia del Venezuela
Dal 1945 al 2000 il Venezuela passa da una breve stagione democratica (1947-48), a una dittatura militare (1948-58), poi a una lunga “democrazia petrolifera” segnata da boom e crisi legate alle oscillazioni del prezzo del petrolio, e forti disuguaglianze, che prepararono il terreno prima ad un tentativo di colpo di stato di Hugo Chávez, nel 1992, che successivamente arrivò al potere (graziato) con le elezioni del 1998.
Una volta eletto, Chávez avvia il processo costituente che porta alla nascita della Repubblica Bolivariana del Venezuela nel 1999, segnando la fine formale della Quarta Repubblica e del vecchio sistema bipartitico.
Con il suo programma di forte intervento statale e partecipazione popolare, Chávez si propone come rottura con la “vecchia politica” e ottiene un ampio consenso tra i ceti popolari, confermato dalla sua rielezione nel 2000.
Negli anni 2000 il Venezuela scivola progressivamente da una democrazia competitiva a un regime fortemente autocratico, centrato sul leader e sul partito “chavista”, attraverso una combinazione di riforme costituzionali, controllo delle istituzioni, uso politico delle rendite petrolifere e repressione selettiva dell’opposizione.
Con la nuova Costituzione del 1999 Chávez rafforza in modo marcato i poteri dell’esecutivo, ridefinisce il ruolo delle Forze armate e promuove meccanismi “partecipativi” che però dipendono fortemente dalla figura presidenziale. Attraverso le cosiddette “leggi abilitanti” l’Assemblea concede al presidente ampi poteri di legiferare per decreto in settori chiave (economia, finanza, sicurezza, pubblica amministrazione), erodendo nella pratica la separazione dei poteri.
Il governo ristruttura la Corte Suprema (trasformata in Tribunale Supremo di Giustizia), ampliandone il numero dei giudici e rendendo più facile la nomina e la rimozione da parte della maggioranza parlamentare filogovernativa, fino a trasformarla in un organo largamente allineato all’esecutivo, mentre aumentano pressioni, chiusure e concentrazioni sui media critici e l’uso di norme penali contro oppositori e giornalisti.
A metà del primo decennio del 2000 il Venezuela è oramai uno stato autoritario nelle mani di Chávez e dei suoi sodali. Nel 2007 Chávez promuove la fusione dei principali partiti e movimenti che lo sostengono nel Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV), che diventa il perno di un sistema politico dove il partito (unico) di governo è saldamente legato allo Stato e alle sue risorse. Già a metà anni 2000 molti studi descrivono il Venezuela come una “semi‑autocrazia”: esistono ancora elezioni e alcune libertà civili, ma controlli e contrappesi sono di fatto svuotati e le istituzioni indipendenti subordinate al potere esecutivo.
La nuova architettura costituzionale attribuisce alle Forze armate un ruolo esplicito nella “difesa della rivoluzione” e nello sviluppo nazionale, con promozioni e incarichi sempre più condizionati alla lealtà politica, rafforzando il legame fra vertici militari e governo.
Le rendite petrolifere, soprattutto con il boom dei prezzi dopo il 2004, finanziano programmi sociali legati direttamente al presidente e alle strutture chaviste, creando un forte meccanismo di consenso clientelare e dipendenza economica da Stato e partito.
Nel decennio successivo, soprattutto sotto Maduro (dal 2013 a ieri), il quadro evolve verso un’autocrazia piena, con elezioni sempre meno libere, esclusione di candidati chiave, repressione più aperta delle proteste e annullamento di strumenti come il referendum revocatorio, consolidando un sistema che di fatto funziona come stato autocratico a partito dominante. Le elezioni presidenziali vinte da Maduro nel 2013, 2018 e 2024 sono state viziate da brogli denunziati dagli oppositori, ma non accertabili per la totale assenza di ogni verifica terza dei risultati.
I danni dei regimi di Chávez (2000-2013) e Maduro (2013-2026)
Per il Venezuela la cura chavista lungi dal migliorare la situazione economica e sociale del Venezuela, portò il paese fuori dalle organizzazioni transnazionali con il chiaro intento di mascherarne i disastri non consentendo confronti numerici. Inutile riproporre dati vecchi di decenni.
Ma se i "Bolivar" (la moneta Venezuelana) vengono utilizzati per produrre oggetti di artigianato non servivano certo dati certificati per capire il disastro economico. Ecco la mitica borsetta fatta di cartamoneta venezuelana intrecciata.

Di pari passo con il disastro economico la gravissima situazione dei diritti umani, con violazioni ripetute, persecuzioni rilevate da Human Rights Watch:
Repressione politica e persecuzioni
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Le autorità perseguitano e sottopongono a procedimenti penali oppositori politici, giornalisti, difensori dei diritti umani e organizzazioni della società civile, in un clima di repressione del dissenso.
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Dopo le elezioni del 2024 sono segnalati omicidi, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie di critici e un “meccanismo a porta girevole” di arresti e rilasci che mantiene costante pressione sugli oppositori.
Tortura, detenzioni e complicità della magistratura
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Sono documentati casi di tortura, maltrattamenti e detenzione immotivate, anche in collaborazione con altri paesi (ad esempio in una “mega prigione” in El Salvador dove sono detenuti venezuelani).
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La magistratura venezuelana è descritta come priva di indipendenza e complice degli abusi, contribuendo all’impunità per possibili crimini contro l’umanità su cui stanno indagando la Missione ONU d’inchiesta e la Corte penale internazionale.
Crisi umanitaria ed esodo di massa
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Il paese vive una grave emergenza umanitaria: circa sette milioni di persone hanno bisogno di assistenza e molte non riescono ad accedere a cure sanitarie di base e a un’alimentazione adeguata.
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Più di 7 milioni di venezuelani sono fuggiti all’estero, dando origine a una delle maggiori crisi migratorie del mondo, legata direttamente al collasso dei diritti sociali ed economici interni.
Il dossier criminale su Maduro
Oltre alle indagini di recente riaperte dalla Corte penale internazionale per violazione dei diritti umani, Maduro è formalmente imputato per traffico di stupefacenti negli USA già dal 2020.
Prospettive
La conferenza stampa di Donald the Ducktator lascia più preoccupazioni che certezze. Lo scopo di Trump e della sua cricca è evidentemente riappropriarsi delle risorse petrolifere del Venezuela, secondo una "dottrina Monroe" rivista e promossa già dal discorso di insediamento.
C'è il rischio concreto che i venezuelani passino da un regime comunista ad un governo fantoccio che probabilmente assicurerà le libertà politiche e la libera iniziativa economica, ma difficilmente restituirà ai legittimi proprietari le risorse naturali del paese.
Le tre carte in mano ai venezuelani
In questo scenario tre carte sono nelle mani dei venezuelani. Non da poco. La prima è il meccanismo dei check and balances della democrazia USA, che dovrebbero mal tollerare che il Congresso sia stato bypassato e deriso da Trump in conderenza stampa "sono dei chiacchieroni che fanno perdere tempo".
La seconda è che c'è un presidente eletto cui la vittoria è stata scippata da Maduro con metodi degni di un mix tra gli squadristi di Mussolini e Cetto Laqualunque: Edmundo Gonzales Urrutia.
La terza è un premio Nobel, Maria Corina Machado, che oltre all'assegno ha incassato ad Oslo l'endorsement della comunità internazionale. E che, da leader vera, si è già pronunciata.
